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25 febbraio 2012 - Considerazioni sul movimento

Ormai è chiaro a tutti il fallimento delle strategie politiche e sociali che il movimento GLBT ha perseguito negli ultimi quindici anni, e i risultati di questo fallimento sono visibili: non c'è una legge sui matrimoni civili, non c'è una legge sulle adozioni da parte di coppie omosessuali o da parte di persone singole, non c'è una legge sulle convivenze (e se ci sarà, sarà pessima), non c'è una legge contro la discriminazione, non c'è una legge sulla piccola soluzione... insomma, non c'è niente. Quindici anni di lotta politica, di energie e ricchezze impiegate per scopi determinati ci hanno portato, oggi, a stringere nel palmo della mano un pugno di mosche - o forse meno ancora. E ora siamo nel pieno della crisi, nella fase dell'incertezza e della riorganizzazione del movimento stesso: da un lato vecchi leoni abbattuti che continuano a combattere battaglie perdute da tempo e a proporre valori sbiaditi e stracciati (leggi: Arcigay), dall'altro associazioni che, nel tentativo di occupare quel posto di prestigio nazionale che l'Arcigay ha avuto - e che ha perso - si fanno alfieri delle battaglie del futuro sbandierando richieste sì giuste, ma altrettanto certamente impossibili. (Giugno 2006)

Il Pride non può e non deve rappresentare l'UNICO momento di mobilitazione. Il Pride DEVE rappresentare una grande festa ed una grande manifestazione partecipata che coroni un anno di lavoro e di attività, non l'UNICA mobilitazione in agenda! Basta con tutte le discussioni su dove e come organizzare il prossimo Pride che a volte si trascinano per mesi! E' necessario trovare nuove forme di mobilitazioni, una mobilitazione continua. Certo, ci rendiamo conto che non è facile aggregare le persone: questo è certo per tutti i settori discriminati, emarginati e senza diritti. Tuttavia dobbiamo provare a lavorare insieme e trovare forme di mobilitazione, manifestazione ed anche di disobbedienza civile ... Solo insieme possiamo farcela! (Novembre 2007)

Già 5 anni fa noi del Jonathan - Diritti in Movimento denunciavamo l'inadeguatezza dei vertici italiani del movimento LGBT, incapaci di sintonizzarsi con una realtà che cambiava attorno a loro, di sfruttare il vento che soffia in Europa, in America e in Africa: una sete di giustizia e di uguaglianza che sta scardinando vecchi pregiudizi in favore del riconoscimento di tutti i diritti di tutti i cittadini.
Purtroppo i "nostri vertici", piazzati sulle loro poltrone di comando in maniera non democratica e in rappresentanza di nessuno, non agiscono per il bene della nostra comunità, ma della loro azienda e dei loro interessi personali. Qui da noi si perdono mesi nella sfibrante e inutile discussione se il carrozzone del Pride deve approdare in questa città, dove ci sono discoteche e luoghi gay gestiti da Tizio, oppure in quella città dove ci sono discoteche e luoghi gay gestiti da Caio. Ed è tutto qui.
Sono ormai più di 20 anni che Arcigay (e Mario Mieli) hanno preteso di essere gli unici interlocutori della politica, e i risultati - meno che pochi - sono manifesti a tutti.
Se ne deve concludere che l'Arcigay ha fallito nel creare una lobby che spronasse la politica a riconoscere quei diritti di cittadinanza che devono appartenere a tutti.
Noi abbiamo un'opinione sul perché di questo fallimento: i "vertici" di Arcigay e Mieli sono prioritariamente interessati ad assicurare l'espansione economica dell'associazione stessa, che si rivela così molto più un'azienda che un'associazione. Questo è quello a cui si riduce l'annuale discussione feroce sul dove fare il Pride e su quanti farne (uno a Roma per il Mieli e uno "vagante" per questa o quella sede dell'Arcigay). Inoltre i "vertici" si preoccupano della loro carriera personale: essere a capo (loro direbbero "rappresentare", ma abbiamo già spiegato che qui non si può usare quest'espressione) di una organizzazione "rappresentativa" (scusate) di una grossa fetta della comunità, assicura un posto politico - vedi Sergio LoGiudice che, dopo aver agito da sordo despota come presidente di Arcigay, è stato premiato con una poltrona al comune di Bologna dal Partito Democratico, che credeva così di far contenti i gay (che in realtà ne sono rimasti parecchio indifferenti, proprio a causa delle dinamiche non democratiche e inclusive all'interno di Arcigay).
Quello che speriamo e per cui ci piace entusiasmarci, sarebbe un movimento LGBT nazionale che guardi più ai diritti e alle persone, meno al contante. Ci piacerebbe poter salutare un leader conosciuto e riconosciuto, rispettato e onorabile, eletto in maniera democratica da un'assemblea di tutte le associazioni, grandi o piccole, che, una volta scaduto il suo mandato, torni a essere un cittadino normale che lotti ogni giorno nel suo privato, proprio come lottiamo tutti noi, contro le ingiustizie del quotidiano, per una società più bella per tutti.



Jonathan - Diritti in movimento