7 novembre 2007 - Un utile discussione
L’incontro di Bologna dell’11 novembre corrisponde sicuramente ad una precisa necessità di chiarimento sullo “stato” del movimento, i suoi obiettivi e la valutazione della fase politica generale in cui ci troviamo e le scadenze ed iniziative che vogliamo darci.
A questo proposito vogliamo offrire alcuni spunti di riflessione.
IL MOVIMENTO
Ci sono state in tempi recenti valutazioni diverse sullo “stato” del movimento glbt italiano,tanto che qualcun* ne ha messo in discussione la stessa natura. La grande, e per certi versi non del tutto prevista, partecipazione al Pride nazionale di Roma di quest’anno ha spazzato via queste considerazioni ma ovviamente permangono valutazioni molto diverse. Manca forse un’analisi più approfondita però sulla natura e le forme di questo movimento. Per esempio sulla peculiarità, del tutto specifica, di un movimento assai composito e distribuito sul territorio nazionale nella sua frammentazione e diversità, all’interno del quale agisce un’associazione nazionale come Arci Gay che si propone spesso come rappresentativa, anche a livello istituzionale e comunque massmediatica, dell’intero movimento. La stessa evoluzione di questa associazione, per molti aspetti collaterale per molti anni al principale partito della sinistra italiana, nelle sue caratteristiche – per esempio con la ripresa di una crescente componente lesbica al suo interno - e nelle posizioni assunte – di forte critica al quadro istituzionale e di governo – di fatto non rappresenta solo una questione interna ma interessa l’intero movimento almeno per i suoi significati.
Da un lato quindi si assiste ad una sempre maggiore rilevanza delle tematiche rappresentate dal movimento (si pensi in questo senso all’irrompere nell’agenda politica della questione del riconoscimento delle coppie di fatto, ma anche a come i temi della laicità siano stati espressi e manifestati dalle nostre iniziative, catalizzando altre forze che non trovano altri canali politici) e quindi ad un ruolo catalizzatore, ma dall’altro questa enorme forza potenziale fatica a trovare forme adeguate. Per quanto riguarda il nodo della rappresentanza politica di movimento ci si trova davanti a una sorta d’imbuto, per cui la ricchezza e complessità delle forme organizzative non trova riscontro in una struttura che sia capace di esprimerle. E’ evidente, come il Pride di Roma 2007 ci ha ancora dimostrato, che di fronte a una capacità di costruire unità d’azione si possono ottenere successi, almeno in termini di partecipazione, significativi. La nostra stessa esperienza torinese, con la costruzione di un Comitato Pride per preparare la manifestazione del 2006 ed in seguito di un Coordinamento cittadino che si presenta unitariamente nei rapporti con le istituzioni, dimostra a nostro parere che questo percorso, per quanto non immediato e banale, può essere vincente.
A livello nazionale bisogna individuare le forme più adeguate che possano assicurare la massima unità d’azione possibile ed insieme il pieno rispetto di una differenziazione sia delle soggettività (lesbica, gay e transessuale, ma anche più complessivamente queer) che delle strutture organizzative che il movimento si è dato. Non ha senso indirizzare gran parte delle energie a polemiche interne che sfibrano ma senza affrontare il nodo della rappresentanza – e quindi essenzialmente del rapporto tra Arci Gay e le altre associazioni – non si può sperare che tali polemiche cessino, anche perché non si possono riprodurre in un movimento come quello glbt dinamiche di tipo sindacale o peggio ancora tipiche della rappresentanza partitica, che tra l’altro è in sé stessa in una fase di profonda crisi. Ci appare quindi indispensabile individuare forme stabili e democratiche per affrontare queste esigenze e vanno ipotizzati appuntamenti periodici in cui sia possibile non solo portare la propria voce ma avere anche la certezza che si possano assumere decisioni che risultino impegno comune di tutte le forze che vi aderiscono.
LE FORME DI MOBILITAZIONE
Il Pride 2007 a Roma è stato, a detta di tutt*, un momento di estrema forza per la massiccia partecipazione e per la capacità di ricondurre ad un momento unitario le diverse istanze presenti nel movimento ma anche in un’area ben più vasta e comunque non esclusivamente in riferimento alle tematiche specifiche che rappresenta. Ciò nonostante la “visibilità” dell’evento è stata estremamente ridotta, sia per la difficoltà a trovare delle formule politiche che ne esprimessero i contenuti che per una “conventium ad excludendum” di cui le tematiche glbt godono in Italia. Per questo qualsiasi dibattito interno sulle prossime scadenze che vogliamo organizzare non può essere esclusivamente o soprattutto riferito ai luoghi – con la riproposizione di una diatriba che potrebbe essere infinita e che certo non è infondata sulle diverse ragioni di chi rivendica la specificità della nostra situazione nazionale, puntando l’accento o sul multicentrismo o sul centralismo della vita sociale, civile e politica italiana – ma deve investire anche forme e finalità. Va evidenziata la specificità di una condizione nazionale che fa sì che il nostro pride nazionale abbia una caratterizzazione politica ormai assente o marginale nelle manifestazioni parallele di tutte le realtà che vedono partecipazione massiccia. Ma va analizzata la ragione per cui una manifestazione così grossa come quella di Roma nel 2007 possa lasciare segni così scarsi nell’agenda politica nazionale. E’ utile, crediamo, interrogarsi sull’efficacia delle nostre iniziative, evidenziando come talora manifestazioni assai meno partecipate ma con forme di provocazione positiva (per esempio i kiss-in) possono risvegliare in proporzione maggiore attenzione esterna.
LA “POLITICA”
E’ stato già sottolineato come nel corso degli ultimi tempi, a partire almeno da due anni, le tematiche di cui il movimento glbt è portatore abbiano conquistato una centralità per certi versi sorprendente nel dibattito politico istituzionale. Sorprendente quanto meno per la assoluta mancanza di riscontro nei risultati che si sono ottenuti a livello legislativo, con un vero e proprio muro di gomma che respinge ogni tipo di proposta, anche la più indigesta per noi come quella dei DICO. Tutto ciò ha prodotto, giustamente, una forte insoddisfazione ed amarezza tra le file del movimento. Che in Italia ha avuto in tutti questi anni una precisa caratterizzazione di riconoscimento nelle forze politiche di sinistra; si badi bene che questo non significa che omosessuali e transessuali siano tutt* di sinistra – perché nell’indirizzo politico prevalgono spesso altre componenti di valutazione soggettiva, prevalentemente sulla base dell’appartenenza sociale ma non solo – ma piuttosto che la beceraggine clericale e conservatrice della destra lasciava qualche spazio, apparentemente crescente, di rappresentanza politica solo nella sinistra. Alla prova di governo, quando ormai era legittimo pensare che i tempi fossero finalmente maturi, è del tutto improbabile che si ottengano in questa legislatura risultati concreti soddisfacenti almeno sul piano –considerato fortemente simbolico da tutto il movimento, anche da quelle aree che non ne hanno condiviso invece la centralità come obiettivo – del riconoscimento delle coppie di fatto. Del resto va anche tenuto conto che qualsiasi evoluzione – o per meglio dire involuzione – abbia il quadro politico istituzionale è ben difficile pensare che si configuri una situazione più promettente in questo senso.
Ovviamente le valutazioni politiche possono essere qui le più diverse, come ha dimostrato anche l’ipotesi della costituzione di un “partito gay” da noi assolutamente non condivisa e che non ha lasciato tracce significative nel dibattito di movimento, ma non si può prescindere dalle valutazioni che diamo su questo quadro politico nel costruire qualsiasi forma di progettualità. Evidentemente ciò non riguarda solo il nostro movimento ed investe il senso generale dell’agire politico in questa fase in Italia, rispetto alla quale è legittimo esprimere un giudizio di forte inadeguatezza del quadro politico istituzionale, tenendo però conto che anni di disinformazione mediatica, di populismo e di incapacità a costruire progettualità alternative ci consegnano una società civile in cui si manifestano prevalenti segni di confusività e di qualunquismo: la crescente intolleranza ne è una manifestazione, di cui non possiamo distrattamente evitare di tener conto, perché sappiamo che l’omofobia trova un brodo di coltura ideale in questo clima.
Che fare allora? La soluzione non è certo semplice, ma un primo dato che ci sembra vada sottolineato è che in questa situazione politica il movimento glbt debba con chiarezza riconquistare una piena autonomia rispetto alle forme di rappresentanza istituzionale ed in primo luogo dai partiti, smarcandosi da qualsiasi forma di collateralismo. Ciò non significa evidentemente evitare un confronto politico e nemmeno equiparare le diverse forze presenti, ma piuttosto sviluppare una maggiore capacità di elaborazione e pretendere un confronto sulla base dei suoi risultati.
GLI OBIETTIVI
Non si tratta certamente di cancellare i percorsi fin qui sviluppati. Per esempio il piano del riconoscimento delle convivenze non è rinviabile, se non altro per il segnale di forte omofobia clericocentrica che il dibattito ha assunto in Italia; piuttosto su questo aspetto vanno forse riviste le strategie di alleanza, per evidenziare la necessità di una laicità di cui è ben difficile prevedere il rafforzamento all’interno della nuova formazione del Partito Democratico contraddizione che dobbiamo incaricarci di sottolineare.
Accanto però a questo tema, che se assunto come univoco rischia solo di produrre la frustrazione di qualsiasi mobilitazione, vanno però elaborati altri elementi di progettualità di movimento.
La legislazione antidiscriminatoria, che ha indubbiamente maggiori possibilità di ottenere risultati, è stata seguita con scarsa attenzione all’intero del movimento, mentre andrebbe approfondito il dibattito, anche a partire dalle iniziative assunte a livello decentrato, come nel caso delle regioni Toscana e Piemonte. Un elemento di qualificazione di questa normativa potrebbe prodursi anche attraverso un’iniziativa specifica sulla realtà transessuale, visto che il quadro legislativo attualmente presente si rivela ormai inadeguato. E’ importante quindi che dal coordinamento delle associazioni transessuali emerga una proposta di cui però tutto il movimento deve sapersi far carico, anche per dimostrare concretamente che non ci poniamo in un’ottica di “rappresentanza di una minoranza” quanto di sottolineatura del valore generale dei diritti civili.
Un piano su cui riteniamo sia centrale l’iniziativa è anche quello dell’educazione. Non si può pensare infatti ad alcun processo di trasformazione culturale, centrale per battere l’omofobia e mettere in discussione le basi di discriminazione e pregiudizio, senza un forte intervento sul piano educativo ed è anche prevedibile che, come dimostrano le resistenze conservatrici che si stanno manifestando in questo campo nella società spagnola, ogni iniziativa in questo senso dentro la scuola incontri forte opposizione. Il recente convegno su questi temi organizzato dal Coordinamento Torino Pride, cui siamo orgogliosi di aver contribuito, ha dimostrato come esistano anche in Italia interessanti esperienze, che si muovono però in un quadro di riferimento normativo spesso ostile o comunque ostico. Riteniamo che sia utile coinvolgere tutti i soggetti del rapporto educativo in questa iniziativa, ma che vada riconosciuta e facilitata la presenza delle realtà glbt all’interno delle scuole come partner di progetti educativi antidiscriminatori e contro il bullismo.
Un ultimo tema vorremmo proporre al dibattito comune. In questi ultimi anni è successo, a Torino ed in particolare al Maurice, che le vite di gay e lesbiche migranti attraversassero, talora per percorsi fortuiti e altre volte per contatti personali, quel muro di diffidenza forse reciproca che rende non immediato il rapporto tra la loro esperienza di vita e il movimento glbt. In diverse occasioni, finora sempre per migranti maschi, ci è successo di occuparci della loro situazione di irregolarità e della loro richiesta di assistenza umanitaria o di asilo. La nostra convinzione è che non ci possiamo occupare solo dei diritti di gay, lesbiche e transessuali di nazionalità italiana, ma sia invece opportuno riconoscere il forte valore politico della presenza di queste soggettività. Per questo proponiamo che il tema del diritto d’asilo per le persone che hanno subito o potrebbero subire discriminazioni che possono giungere fino alla pena capitale a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere entri a pieno titolo in una “piattaforma” comune di obiettivi del movimento.
Su questi temi, di concreta iniziativa, crediamo sia utile discutere.
Circolo Maurice di Torino