Omosessualità: le ricerche

Avevano lo scopo di dimostrare la relazione tra omosessualità e disturbi di personalità, tra omosessualità e disfunzionalità familiari, presentavano evidenti errori metodologici e pregiudizi nell'interpretazione dei risultati:
- Campioni molto piccoli
- Prevalentemente soggetti maschili provenienti da ambiti clinici o istituzionali come carceri
- Soggetti con disturbi di identità, in realtà non omosessuali.

Negli anni cinquanta desta scalpore il rapporto Kinsey, sessuologo statunitense: dal rapporto si evidenziò l'alta frequenza del comportamento e delle fantasie omosessuali nella popolazione generale. Fu molto criticato, si disse che il campione non era corretto e non si è data mai la possibilità di una seconda ricerca.
Nel 1957 un importante studi fu quello di Elvelyn Hooker, una psicologa statunitense, che nel 1957 somministrò test proiettivi a gruppi omosessuali ed eterosessuali per esaminare se differivano nel funzionamento psicologico. Si utilizzò la procedura in cui gli esperti che valutarono i risultati non erano a conoscenza dell'orientamento sessuale del compilatore. I protocolli degli omosessuali non furono distinguibili da quelli degli eterosessuali, quindi si dedusse che l'omosessualità non costituisce una entità clinica uniforme e non è intrinsecamente associata alla psicopatologia.
Studi successi su larghi campioni di omosessuali hanno confermato che l'incidenza di disturbi psichiatrici e psicologici era pressoché simile nella popolazione omosessuale e in quella eterosessuale.
Ricerche anni 70-80 negli Stati Uniti: l'omosessualità inizia ad essere interpretata come realtà molto più ricca e complessa: studi psicologici su campioni omosessuali comparate a persone eterosessuali non hanno supportato l'ipotesi che l'omosessualità sia di per sè un disturbo mentale. Nel 1973 l'omosessualità ha iniziato il precorso di depatologizzazione nel D.S.M. (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) a cura dell'American Psychiatric Association (APA).
Nel manuale è stata quindi introdotta la definizione dell'omosessualità come variante non patologica del comportamento sessuale. Venti anni dopo nel 1993 la decisione veniva condivisa dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (0MS).

DSM I (1952)
L'omosessualità è classificata ne "I disturbi sociopatici di personalità" presupponendo con questo una volontà da parte degli omosessuali di opporsi alla società e alle tradizioni morali.
DSM II (1968)
L'omosessualità considerata una deviazione sessuale, come pedofilia, necrofilia, feticismo, voyeurismo, travestitismo e transessualismo.
Qui è inserita come deviazione sessuale nella categoria "altri disturbi mentali non psicotici" assieme alla pedofilia ecc.

DSM III (1974)
L'omosessualità è rimossa come categoria diagnostica ribattezzata "omosessualità egodistonica" (egodistonica = in distonia con il proprio Io; egosintonica = in sintonia con il proprio Io).
Nel 1973 la commissione di 13 componenti dell'APA decise unanimemente di rimuovere l'omosessualità egodistonica dalla lista dei disturbi psicosessuali. Il documento dell'associazione psichiatrica americana dichiarava: "l'omosessualità in sé non implica più un deterioramento nel giudizio, nell'adattamento, nel valore o nelle generali abilità sociali o motivazionali di un individuo". La decisione destò numerose polemiche. Su proposta di Charles Socrarides e Irvinng Bieber, venne sottoposta a referendum e una maggioranza pari al 55% degli iscritti all'APA si espresse in sintonia con la commissione. Venne perciò introdotta la distinzione tra omosessualità egodistonica ed egosintonica che venne inserita ufficialmente nella terza edizione del DSM pubblicata nel 1974. L'omosessualità veniva considerata una malattia nella sola versione "egodistonica" e includeva due criteri diagnostici:
- l'individuo lamenta che il suo eccitamento eterosessuale è persistentemente assente e ciò interferisce con il suo desiderio di iniziare o mantenere relazioni eterosessuali
- esiste una consistente configurazione di eccitamento omosessuale che l'individuo esplicitamente definisce come indesiderata e come persistente fonte di stress.

DSM III-R (1987)
Viene derubricata anche l'omosessualità egodistonica. L'egodistonia è data dall'interiorizzazione dell'ostilità sociale. (Silverstein, 1977).
Quindi tredici anni dopo l'APA ha eliminato anche l'omosessualità egodistonica dall'edizione riveduta del DSM III-R in quanto tale categoria diagnostica poteva far pensare all'omosessualità come a qualcosa di "patologico in sé", interpretando il disagio egodistonico come un processo evolutivo e non come sindrome a se stante. Nel DSM-IV pubblicato nel 1994 la posizione è rimasta inalterata.