10 agosto 2006 - Le riflessioni di Aurelio Mancuso
Cara Rossana,
voglio innanzi tutto assicurarti che la mia personale amicizia nei tuoi confronti non è certo venuta meno. Ci siamo simpatici fin da quando ci siamo conosciuti e, forse la nostra provenienza montanara, ci da anche modo di comprenderci molto bene. L'articolo, contenente mie personali riflessioni, al di là dei toni duri e secchi, si può riassumere in questo modo: contesto il metodo, contesto la forma, sono preoccupato su come questa proposta sia nata ed interpretata da alcuni.
Sul metodo. Credo che i proponenti degli Stati Generali, avrebbero dovuto, proprio per le divisioni ed incomprensioni consumate in quest'ultimo anno, avere attenzioni maggiori verso i non romani. Di solito le telefonate, (meglio che non facciamo la gara su quante se ne fanno nell'arco di un anno) servono per preparare il terreno di una proposta che cerca di essere condivisa da più attori. Nel caso di questa convocazione del 30 settembre, si è voluto non seguire questo metodo e, mettere tutt* davanti al fatto compiuto. In questo senso la mancata firma di Arcigay ed Arcilesbica di Roma non è da attribuirsi ad un fatto tecnico, ma da un dissenso sulle modalità e sulle finalità della convocazione.
La forma. Convocare a Roma tutto il movimento lgbt non solo sta nelle possibilità di ogni appartenente allo stesso, ma anzi è auspicabile che il variegato arcipelago lgbt italiano riesca periodicamente a confrontarsi. Il problema nasce quando questo tipo di convocazioni sembra un film già visto. In questo senso ricordo l'ultimo incontro svoltosi ad ottobre di due anni fa proprio nella sede del Mario Mieli, dove si assistette ad una inesauribile passerella di posizioni già ben formate: conclusione un nulla di fatto. Ebbene questa riunione del 30 settembre (pomposamente ribattezzata Stati Generali) rischia le stesse dinamiche e conclusioni.
La proposta. Personalmente sono convinto che sia necessario trovare una modalità nuova di confronto dentro il movimento, che sia rispettosa non solo e, non tanto dei rapporti di forza, quanto delle differenze, delle storie, delle nuove generazioni ed idee. L'orizzontalismo assembleare fin qui sperimentato ha determinato solamente l'esplicitazione delle reciproche posizioni politiche e culturali, già note e condivise od avversate. E alla fine ognuno è andato per la propria strada. Se come afferma Rossana (e non ho motivo di non crederlo) si vuole fare il punto della situazione, cercare di trovare forme di dialogo e d'intesa, allora la modalità proposta la ritengo frettolosa, monca di una preparazione certo più faticosa, ma forse più produttiva, che tenga conto della necessità di ristabilire in primo luogo un reale rispetto delle varie posizioni in campo, cosa che fino ad oggi è assolutamente mancata.
Io stesso, alcuni mesi fa, ho proposto la necessità di un nuovo inizio del movimento lgbt italiano, della necessità di costruzione di un percorso unitario federativo, condiviso, dove si tenesse conto delle specificità e rappresentativo delle pluralità. Manca però, per ora un clima positivo, ovvero una capacità trasversale (quindi di cui tutt* abbiamo un pò colpa) di riconoscerci un fondo comune di azione collettiva, che poi naturalmente ognuno esplica a seconda delle proprie convinzioni ideali. E' in quest'assenza di solidarietà che colloco l'atteggiamento di esclusione (posso concedere anche involontaria) dell'esperienza di Arcigay. Questa è letta come se il tempo si fosse fermato 15 anni fa. Con le stesse modalità di allora. Lo stesso intromettersi sulle modalità di rappresentanza di Arcigay, oltre che essere inelegante, dichiara molto meglio di tante parole cortesi, che esiste un sub strato mentale che induce alcune sigle del movimento a pensare che sia pacifico intervenire dentro le dinamiche interne di quest'associazione, atteggiamento questo che certo non aiuta a rasserenare gli animi.
La verità è che dentro il movimento ci si conosce pochissimo, ci si alimenta di pregiudizi che si sedimentano su altri. Quest'oggettiva condizione alimenta il cancro della debolezza strutturale, che si nutre dell'individuazione all'interno del movimento degli avversari, che invece dovrebbero ricercarsi all'esterno.
Se dovessi esprimere un parere personale sull'intera vicenda, direi che, tenendo per buona l'idea di organizzare un grande appuntamento di confronto del movimento lgbt italiano (non ho preclusioni sulla città), sarebbe utile che le associazioni romane proponenti gli Stati Generali, ripensino alla data e alle modalità di convocazione e, cerchino un ampia condivisione su come strutturare quest'evento, che potrebbe porsi almeno qualche obiettivo ambizioso.
Voglio chiudere sulle mie affermazioni contenute nell'articolo pubblicato su Gaynews, rispetto ad alcuni attacchi ricevuti da Arcigay in sedi pubbliche. Queste, scortesie verbali (usando un eufemismo) non sono una novità e se Rossana ed altri vogliono un'elencazione, sono pronto a fornirla alla prima occasione d'incontro, l'unica novità è che un esponente di Arcigay si sia pubblicamente arrabbiato stigmatizzandole con durezza.
Cara Rossana, come sai per carattere ritengo i rancori una inutile perdita di tempo e, pur nella ruvidità del carattere, in tutti questi anni credo di essere stato una persona che ha esaltato i punti in comune a detrimento delle differenze d'opinione.
Credo fermamente che questi anni siano decisivi affinché la vita quotidiana delle persone lgbt possa finalmente cambiare, a quest'obiettivo tutt* dobbiamo concorrere con tenacia e serenità, con chiarezza e coraggio.
Un caro abbraccio
Aurelio Mancuso