Maggio 2003

La fede contro il pregiudizio

Intervista a Don Franco Barbero, un prete contro. Il 13 marzo 2003 la Chiesa cattolica ha provveduto alla "riduzione allo stato laicale" (ha spretato) Don Franco Barbero, prete da 40 anni e punto di riferimento della Comunità cristiana di base di Pinerolo (Torino).Don Franco Barbero è stato (è, possiamo dire, perché per la sua Comunità è ancora il punto di riferimento) un prete scomodo. Scomodo anche perché ha sempre accolto tutti, anche gli omosessuali, riconoscendo nell'amore diverso il senso dell'amore cristiano e benedicendone le unioni. Questa intervista è stata raccolta da Jonathan.
Puoi spiegare cos'è una comunità di base ed in cosa è cambiato il tuo ruolo di sacerdote adesso rispetto a quello che era prima?
Intanto la comunità di base, anzi le comunità di base, sono una realtà che appartiene al tessuto delle esperienze della Teologia della liberazione e quindi hanno una espansione in Europa, in America latina, in Sudafrica... un po' dappertutto. Comunità di base vuol dire una Chiesa che nasce dal basso, quindi una esperienza che ha due pilastri: il primo è la testimonianza delle Scritture, il secondo è l'impegno ed il coinvolgimento con le donne e con gli uomini che fanno più fatica a vivere, che cioè nella società piramidale e patriarcale di oggi rappresentano la base schiacciata, la base che non ha voce, la base che non decide. E noi, capovolgendo questa mentalità, pensiamo che le voci, le fatiche, le speranze delle ultime e degli ultimi ostituiscano l'avvenire dell'umanità. Di lì viene il grido e di lì parte il messaggio della Chiesa dal basso. Quindi la comunità di base è un'articolazione di questa Chiesa dal basso. Io dentro questa comunità resto quello che ero prima. Il decreto papale non ha assolutamente cambiato nulla. E' soltanto intervenuta una pubblicità gratuita che mi ha triplicato gli impegni e quindi questo costituisce un pericolo di infarto, per cui devo regolare un po' gli impegni. Effettivamente c'è una Chiesa fuori del tempio, nemmeno direi contro il tempio ma oltre il tempio, che ha legami potenti con tanti fratelli e sorelle che stanno con un piede dentro e l'altro fuori la Chiesa ufficiale. E questa Chiesa fuori del tempio, questa Chiesa che ha un occhio alla casa ed un occhio alla strada, è proprio la Chiesa in cui lavoro di più. Oggi c'è un'immensa richiesta di ministero, di predicazione e di studio teologico in questo dorsale aperto della Chiesa di base. Quindi il mio ministero non è cambiato molto, si è piuttosto allargato come spazio.
Ti sei fatto una tua personale idea in merito alla causa del pregiudizio sessuale?
Sì. Credo di essermi fatta un'idea che non penso risponda a tutti gli interrogativi, né che si tratti di un'idea che abbia esplorato tutti gli ambiti. Ma il pregiudizio sessuale verso l'omosessuale ha comunque una storia, cioè quella di un potere maschile che contempla un desiderio represso. Ed in questo senso il pregiudizio è la maniera con la quale si conserva un potere e si impedisce un rapporto di pace ed egualitario tra le persone. Penso proprio che il maschio, nella storia almeno di questo nostro occidente, abbia avuto una grande paura della donna. La paura della donna l'ha razionalizzata, sistematizzata con idee ed ecco costruito il pregiudizio. Il pregiudizio ha dalla sua parte una serie di certezze scadute e fasulle che però, ben manipolate, rappresentano una costruzione ideologica. Comunque di questa costruzione ideologica c'è bisogno per continuare il dominio. E credo che la fondamentale ragione per cui il pregiudizio è difficile da mettere in discussione sia proprio perché è molto legato al potere. Mi sono dunque tatto l'idea di questa parentela. Ecco: l'omosessualità è poi una ulteriore ramificazione di questo pregiudizio, che sconvolge altre planimetrie della razionalità maschile patriarcale.
Per riuscire a raggiungere una religiosità che sappia mettersi al servizio dell'individuo sessuato bastano dei ritocchi oppure bisogna mutare qualcosa alla radice?
Io credo ai piccoli passi delle persone ma non credo nei ritocchi. Credo effettivamente, rispetto alle riverniciature del presente, che siano manovre assolutamente impraticabili per un rinnovamento reale. Che cosa voglio dire? I cambiamenti profondi si fanno a piccoli passi ma l'orizzonte deve essere radicale. In questo non vedo altra possibilità. Specialmente le Chiese devono lasciar cadere un impianto dogmatico strutturato in maniera dominativa, maschilista. Qui ci vuole veramente un cambiamento, ma uno di quei cambiamenti che fanno cadere la piramide. E non si tratta di rovesciarla. Si tratta di eliminarla. Ed allora non vedo come i piccoli ritocchi al margine possano in qualche misura portare dei cambiamenti reali. Credo che questo valga sia per la struttura della Chiesa che per l'impianto dottrinario. Bisogna passare dal dogma alla narratio e quindi dalla cittadella delle sicurezze all'itinerario della ricerca. Ma è proprio l'atteggiamento profondo, non solo i comportamenti, che deve cambiare e quindi non vedo la possibilità di aggiornamenti. Vedo piuttosto la strada della conversione, cioè del cambiamento radicale.
Tu hai acquisito una certa conoscenza del campo della esperienza omosessuale. Sappiamo che accorrono da te un po' da tutte le parti. Puoi dirci quale ti è parso essere il contributo di valore specifico del dono omosessuale?
Intanto credo che come tra gli eterosessuali il cosidetto popolo gay sia variegato, molteplice, sia culturalmente ed esistenzialmente un popolo dai mille volti. Però quello che mi è sembrato interessante in questi anni di cammino accanto a gay e lesbiche è questo fatto: l'imparare a vivere senza essere la maggioranza. Le maggioranze hanno sempre l'idea di vincere, invece vivere in minoranza mi ha sempre segnalato un valore: l'esigenza di motivare, di cercare, di progredire, di darsi obbiettivi. Quindi questo è l'aspetto che mi ha mosso dentro e che mi ha commosso anche perché entrava in sintonia con una parte profonda di me. Io sono sempre stato una minoranza, anche come prete, come credente. Per un tempo ho sofferto la minoranza perché porta alcune ferite con sé. Poi ho imparato a rallegrarmene, nel senso che la minoranza è un cammino nel quale devi cercare le basi della tua identità, del tuo essere, delle cose che hai. Chi è maggioranza si può permettere di sedere su un trono, chi è minoranza deve percorrere viottoli, sentieri, deve cercare ogni giorno la strada, deve rimotivarla. L'altro elemento che incontro tantissimo nell'esperienza omosessuale, ma proprio tanto, è la tenerezza. Ed allora dell'esperienza gay, lesbica, quello che mi prende il cuore è proprio il vissuto della tenerezza. In una società dove ogni aprire gli occhi fa vedere violenza l'amore gay-Iesbico mi ha evidenziato le caratteristiche di vissuta, profonda tenerezza. E questa è un'altra sintonia che vivo proprio nel profondo di me. E sto coltivando molto questo aspetto. Mentre sovente la persona omosessuuale viene descritta come affamata di sesso, io invece ci vedo l'altro risvolto: proprio la ricerca di questa tenerezza che è ciò che rende bella, ed asseconda, la comunicazione fra gli esseri umani.
Come si articola il percorso di fede che la tua comunità offre alle coppie ed agli individui omosessuali? L'importante è lacerare le consuetudini, parlare apertamente, abbandonare i linguaggi diplomatici. Essere là dove gay e lesbiche sono, quindi dal gay-pride ai gruppi. E poi ascoltare. La mia posta elettronica, che a tutt'oggi registra 900.000 contatti, mi vede in questi ultimi quattro anni proprio in una situazione incredibile ed è lì che ho imparato a far rinascere l'Evangelo dentro richieste, sollecitazioni, e narrazioni diverse.
Non ho azzeccato alcuna strategia, non mi sono proposto canali rigidi di comunicazione. Ho creduto che l'ascolto ed il dialogo siano il solco migliore per l'annuncio dell'Evangelo. Ed ho visto rinascere tanta gioia, tanta fiducia, tante lacrime, tanti abbracci.
Credo molto in quel che Gesù ha fatto, ovvero seminare. La Chiesa è fatta soprattutto di perimetri ed invece bisogna far cadere i muri, semplicemente lasciare da parte le muraglie ed andare a quella che io chiamo l'antidistanza, cioè incontrare le persone senza risposte predeterminate, prefissate, senza catechismi, ma ascoltando ciò che palpita nell'altro cuore per poi far nascere insieme un sentiero, una parola, una preghiera, un abbraccio. Io credo che la strada sia guardarsi negli occhi, stare vicini, ascoltarsi. Ho visto che nascono tante tante cose, senza invadersi, senza voler portare nessuno o di qua o di là. Dunque ciò che bisogna fare è l'ascolto, il dialogo e seminare nel vento.