Aprile 2004

Resoconto della mia visita psicologica presso l'esimio Prof. Dott. ***

Il 21 dicembre 2003 ho fatto la mia prima visita psicologica, "costretto" da mia madre che aveva intenzione (anche se non me l'aveva detto esplicitamente...) di curarmi dalla brutta malattia che mi affligge: l'omosessualità (Hi! Hi! Hi!). Il luminare che avrà l'onore di "curarmi" è il Prof. Dott. *** che, come recita il biglietto da visita, è:

Psicoanalista & Sessuologo
Docente universitario
etc. etc. etc.


Insomma, uno che ai suoi titoli ci tiene, e infatti durante la visita molti e continui saranno i suoi riferimenti ai suoi studi, ai suoi titoli, alle sue credenziali, come a volermi rassicurare della sua bravura (o, forse, a voler giustificare il suo prezzo, 90€ ogni 45 minuti di seduta... Vende cara la sua pelle!). Peccato che il luogo dove mi accoglie non sia all'altezza dell'esoso prezzo - un piccolissimo appartamento, con pochissimo mobilio (non so se antico o vecchio), pareti giallastre e gran puzza di fumo di pipa. Il suo aspetto, seppure dimesso, ispira fiducia. E' un uomo sulla cinquantina, calmo, quasi serafico. Mi aspetta sulla porta - niente segretarie, né sala d'aspetto con poltroncine e riviste da sfogliare. Inizia la seduta, dapprima si parla del più o del meno, del traffico, mi chiede se può fumare (No!), poi si passa velocemente al sodo: i miei problemi e quelli di mia madre. Mi fa raccontare com'è che mia madre ha scoperto che sono gay, come ha reagito. Mi chiede del mio ambiente familiare, dei miei rapporti con madre e fratello.
Poi si passa alla fase imbarazzante, quella in cui mi chiede della mia vita sessuale, reale o immaginaria. Mi chiede delle mie fantasie masturbatorie e della mia attuale vita sessuale, se sono passivo o attivo. Mi dice di stare attento all'HIV (almeno...!). Poi cerca di trovare una possibile spiegazione psicologica della mia omosessualità - mi fa ricordare che in prima superiore mi sentivo a disagio coi miei coetanei, e che ho superato quel disagio con l'aiuto (l'identificazione) di una figura maschile forte (il mio attuale migliore amico). Dà molto peso a questo fatto, e inizialmente io mi trovo impressionato: era una cosa a cui non avevo mai pensato, e mi sembrava avesse ragione. Poi ricordo, tra me e me, che anche il mio compagno mi aveva raccontato di aver avuto lo stesso problema da adolescente, e di averlo superato grazie, anche lui, a una figura forte, ma questa volta (ahimè!) femminile. E allora? Come la mettiamo? Io mi identifico in un uomo e divento gay, lui si identifica in una donna e... diventa gay anche lui? Ma allora non c'è proprio speranza!
Comunque, tiriamo avanti, ma il passo è breve e dopo qualche parola la sentenza: io sono uno di quegli omosessuali che, secondo classifiche ormai desuete - ma di cui lui si serve a piene mani, pur affermando continuamente di essere uno che a queste cose libresche non crede e non dà peso, anzi, è sempre stato discriminato nell'ambiente accademico perché le contestava - sono un omosessuale egosintonico. "Egosintonico" vuol dire che sono conscio della mia omosessualità e ne sono contento, ci convivo bene e non ho problemi legati a essa - o almeno non problemi di auto-accettazione. Se ci fossero stati problemi sarei stato egodistonico, cioè un omosessuale conscio della mia omosessualità ma scontento di essa. Gli egodistonici sono gay che non vogliono essere gay, quindi o bisogna "farli tornare eterosessuali" o, se si fallisce in questo, bisogna renderli egosintonici. Infine il suo risultato è lo stesso a cui ero arrivato io diversi giorni prima e con 90euro di più nella mia saccoccia - il problema non sono io, ma è la mamma (ma va!?!?). Allora, con grande disinvoltura, inizia a fare un discorso altamente psicanalitico - ma di quel particolare tipo di psicoanalisi più berlusconiana che freudiana, sentite: visto che il problema era la mamma, non c'era motivo di continuare la psicanalisi con me, ma bisognava iniziarla con lei - che avrebbe dovuto fare tante sedute perché lui la vedeva depressa (ricordo, incidentalmente, il prezzo di 90euro a seduta). Quindi, io e lui avremmo dovuto vederci per altre tre o quattro volte (gli appuntamenti che lui aveva in mente erano il giorno dopo, il 22, poi di nuovo il 23 e poi di nuovo dopo le vacanze, dopo il 6 gennaio. Questo perché dovevamo dare l'impressione che io e lui stavamo davvero lavorando su di me, così mia madre non avrebbe potuto pensare che io l'avevo "fatto fesso" fin dalla prima seduta. Perciò, dopo questi quattro incontri in cui io avrei potuto chiedergli "qualsiasi cosa" volevo sapere, qualsiasi cosa mi veniva in mente - mi sarei anche dovuto sforzare di trovare cose di cui parlare - lui avrebbe chiamato mia madre, le avrebbe detto quello che già aveva scoperto dalla prima seduta - la mia egosintonicità - e avrebbe di conseguenza coinvolto lei nella cura.
Io di psicologia ne so ben poco, ma ne so abbastanza per sapere che questo discorso non è psicologico, ma semplicemente economico. Divento un po' scettico, lui se ne accorge e fa di tutto per spingermi a fissare un incontro già dal giorno dopo, o comunque assolutamente prima della Vigilia di Natale. Io, ben memore dell'avviso di mia madre che mi aveva detto che l'esimio Prof. Dott. si faceva pagare non per la seduta, ma per l'appuntamento (mi spiego: tu prendi appuntamento, e devi pagare l'appuntamento, non la seduta - una volta che hai preso appuntamento, che tu vada o non vada alla seduta, le 90euro le devi sganciare lo stesso), temporeggio e gli dico che avrei telefonato in serata. Arriva il momento di andarmene: tutti e due ci alziamo e lui, con voce un po' imbarazzata, dice "Le solite 90 euro...". Io sto zitto e non lo guardo in faccia, e lui dice, con voce chiaramente imbarazzata, tentando di fare il simpatico: "Sai, anche noi psicologi facciamo il cenone di Natale". E non lo so, che il cenone a te e alla tua famiglia te lo devo pagare tutto io?? Gli do i suoi 90Euro, mi prendo il biglietto da visita che lui mi dà dicendo di nuovo di chiamarmi in serata per fissare un appuntamento. Gli dico che l'avrei chiamato in serata.
E quindi sono signorilmente, con passo felpato, scomparso dalla sua vita.

Giulio