Dicembre 2004

Intervista a...

***** ha da poco passato la quarantina. Una vita intensa, consapevole, attiva. Tra le tante esperienze quella di aver perso il compagno a causa dell'AIDS. Oggi ******* accetta di raccontare la sua esperienza e di renderci partecipi di questo grande amore.
Un amore tenace, unico e capace di sopravvivere alla malattia ed alla perdita. Le sue risposte, se da una parte fanno chiarezza sui tanti pregiudizi e sulle tante paure dovute all'ignoranza imperante sull'argomento AIDS, dall'altra ci svelano contenuti ipocriti e modalità esorcizzanti ancora tanto in voga nello stesso "ambiente" omosessuale.

D. Cos'è la sieropositività in un rapporto d'amore ?
R. E' insieme paura ed un qualcosa che può aprirti a delle grandi possibilità: ti fa vedere un modo di rapportarti ad una persona in una maniera completamente diversa, non stereotipata. In fondo anche in un rapporto tra due uomini ci si confronta attraverso degli schemi che abbiamo nella testa. La sieropositività ha messo in crisi tutte le concezioni che avevo di una relazione con un altro uomo. Penso a quanto la sieropositività del mio compagno e l'amore che provavo per lui mi hanno insegnato anche a livello sessuale e di relazione tra i corpi.
D. Come si convive quotidianamente con la sieropositività ?
R. Ogni reazione è completamente diversa da persona a persona. Io sicuro della mia sincerità, all'inizio ero molto più leggero di lui che invece puliva meticolosamente tutto. Sapevamo che era ben diverso il modo di disinfettare. Ma lavare, per esempio, con candeggina, pratica assolutamente inutile, lo faceva stare più tranquillo. Al di là degli aspetti fisici per me la preoccupazione era di tipo medico-psicologico, nel senso che cercavo di capire ogni cosa potessi fare per alleviare il suo disagio. E' stato solo con la conclamazione che il ritmo, il tono della vita si è modificato sostanzialmente. Abbiamo cambiato in maniera più restrittiva il contatto fisico: nella conclamazione le possibilità di infettarsi o di prendere altre malattie minori o secondarie sono maggiori. I problemi, in ogni caso, erano soprattutto di carattere psicologico: il fatto di sapere che si ha molto meno da vivere cambia molte cose. Con la conclamazione della malattia lui ha sviluppato una visione del tempo e dello spazio sempre più rapportato alla malattia e non più relazionato alla vita.
D. dopo la comclamazione avete continuato a fare l'amore ?
R. Sì, e sempre più intimamente. Per assurdo meno parti del nostro corpo potevamo mettere in gioco e più aumentava la tenerezza, la sensualità e l'erotismo. Abbiamo fatto l'amore fino all'ultimo giorno in cui ci siamo visti.
D. Le strutture sanitarie si sono dimostrate adeguate secondo te?
R. Ritengo di essere stata una persona fortunata perché nelle strutture sanitarie (del nord n.d.r.) non ho avuto alcuna limitazione nell'assisterlo ed ho trovato notevole attenzione e grande affetto nei miei e nei suoi confronti. Però non potrò mai dimenticare il suicidio di un ragazzo di 25 anni a Bologna, al quale la famiglia del suo compagno, malato di AIDS, aveva vietato di vederlo ed assisterlo nella fase terminale.
D. Qual è stato l'atteggiamento delle vostre famiglie, del vostro ambiente, dei vostri amici ?
R. L'ambiente in generale e gli amici in particolare, salvo qualche raro caso, si sono comportati con noi molto amorevolmente. La mia famiglia non sapeva. La sua, per evitare lo scandalo rappresentato dalla malattia, lo hanno ricoverato contro la mia volontà in un ospedale non italiano, così da toglierlo dalla scena. Può sembrare pazzesco che una madre possa di fatto ammazzare il proprio figlio rifiutando di capire di quali cure effettivamente avesse bisogno. La sua preoccupazione è stata quella di celare fino alla fine l'omosessualità del figlio agli occhi della gente.
D. Ci parli di una storia di alcuni anni orsono. Come sarebbe stato oggi ?
R. Avrei vissuto sicuramente ancora più profondamente tutta questa situazione perché insieme all'amore che ci legava avremmo potuto essere liberi di vivere la nostra vita pubblicamente ed avremmo potuto sperimentare tecniche mediche ed assistenze di tipo economiche diverse e migliori di quel che ho vissuto. Oggi c'è la possibilità di avere dei contributi economici e sicuramente i farmaci sono più efficaci. Allora non si parlava neanche lontanamente di unioni civili e cose di questo genere. Sicuramente se avessimo avuto una casa tutta per noi ed io avessi potuto usufruire di permessi di lavoro o contributi economici avremmo potuto vivere più tranquillamente tutta quella situazione.
D. Stando in contatto così stretto ed intimo con un malato di AIDS sei diventato a tua volta sieropositivo ?
R. No, assolutamente no. Voglio che sia ben chiaro per tutti: non si corre alcun rischio nello stare a contatto quotidiano con una persona sieropositiva, avendo rapporti sessuali protetti. In cinque anni di relazione e tre anni di convivenza non ho contratto il virus né alcun tipo di malattia indiretta.
D. Com'è stato il dopo? Come hai vissuto e vivi dopo la morte del tuo compagno ?
R. Il senso della vedovanza che sentivo dentro non era condiviso, come se tutto fosse stato per molti una parentesi. Per questo nel primo anno mi presentavo come vedovo, e notavo un grande sconcerto. La concezione della vedovanza non è una categoria riconosciuta nella mentalità gay. Vige ancora quella strana idea per la quale, se proprio devi essere gay, devi essere alto, biondo, bello, giovane, disponibile e sano. E' un tentativo di esorcizzare il dolore della perdita o, semplicemente, della possibilità remota della perdita. I morti si seppelliscono, il dolore no. La consapevolezza di non aver permesso che l'AIDS uccidesse lentamente, non solo il mio compagno, ma anche il nostro amore rende il mio dolore più sopportabile e più lieve.