Febbraio 2006

 

Sieropositività

"Certo dottore che come scherzo non è niente male". Comincia da qui la mia storia con l'infezione di hiv. Era il 1° aprile del 1990, ed un dottore alcuni istanti prima mi aveva porto una busta chiusa con il risultato che diceva che ero sieropositivo. Ricordo la freddezza riservatami in quel momento, ma la vita mi aveva dato prove durissime da affrontare si da bambino, così guardando negli occhi il dottore tornai a dire "credo di essere abbastanza forte per affrontare anche questo".
Per sicurezza rifeci il test in un altro ospedale della capitale (come il primo) ,ed anche questo confermò la sieropositività ma con una grande differenza, questa volta seduta al mio fianco c'era una dottoressa norvegese che nel leggermi il risultato teneva le sue mani fra le mie.
Avevo fatto il test perché anni prima avevo avuto delle trasfusioni di sangue, ed in quel periodo c'era una campagna stampa su radio e televisioni che invitava i trasfusi al controllo tramite test.
Come dedussi in seguito il contagio non fu dovuto ad esse ma probabilmente da un incontro occasionale ed il conseguente rapporto scoperto. Facevo i controlli sanitari tutti i mesi, ma l'ambiente ospedaliero della capitale mi faceva sentire solo un numero, io volevo altro. Volevo parlare con i medici, sapere esattamente come andavano le cose, conoscere, capire, per poter combattere meglio quel mostro che mi aveva invaso la vita.
Abbandono così Roma e scelgo Avezzano (molti per paura di essere scoperti avrebbero fatto il viaggio inverso) come centro che doveva prendersi cura di me. Ho trovato medici cordiali e disponibili che mi spigavano tutto, proprio ciò che cercavo. Un rapporto medico-paziente esemplare con l'impegno reciproco di migliorare ancora, non solo con me, ma anche con tutti gli altri pazienti, quelle che erano le difficoltà dovute al nostro stato .Un rapporto con gli infermieri a dir poco eccezionale, e pensare che la stampa di quel tempo ci marchiava come fossimo appestati. Non che siano mancate difficoltà, basta pensare agli inizi anni '90 quando bisognava fare la fila per pagare il ticket e l'impiegata chiedeva "Scusi qual è la sua patologia". Dire in quel momento Aids avrebbe provocato la fuga di quanti avevo alle spalle, fu sufficiente far telefonare in reparto e tutto risolto. Oppure quando il ricovero per il day hospital bisognava farlo al pronto soccorso e mi sono trovato di fronte al mio compagno di banco delle scuole medie. Anche qui professionalità e mantenimento del segreto. Probabilmente rispetto ad altre persone la mia forza d'animo ha fatto si che affrontassi il tutto in modo tale finalizzata ad avere una vita normale. Nel 1995 cominciò il tracollo dei cd4, ero sceso sotto la soglia dei 200, e quello era il limite che demarcava l'inizio dell'aids conclamato . Fui inserito nelle liste di quelli che avrebbero sperimentato i nuovi inibitori delle proteasi, equivaleva ad un salto nel buio. Ora sono 10 anni che regolarmente assumo farmaci che in fin dei conti mi hanno salvato la vita. Credo che il segreto del mio status odierno sia dovuto essenzialmente a due cose.
Una vita estremamente normale ed una aderenza alla terapia senza mai cedimenti. Spesso le persone che dialogano con me si aspettano una storia piena di disperazione di lacrime, cercando nel vittimismo o nel sensazionalismo qualcosa di cui avere compassione e non si rendono conto che la notizia sensazionale è che possiamo avere una vita come tutti gli altri. Dobbiamo solo prendere delle semplici precauzioni e non siamo un pericolo per nessuno anzi siamo noi a dover temere per la nostra incolumità. Ho iniziato il mio lavoro nel volontariato prima in Anlaids, poi per vari motivi ho abbandonato ed ho partecipato alla fondazione della Npsitalia insieme a Rosaria Iardino. A breve apriremo la sede Regionale ad Avezzano. Spero di poter essere di aiuto a quanti ne sentiranno il bisogno.

lamberto