Aprile 2006

 

Incontriamoci

Sia ben chiara una cosa: non ci sarà nessuna primavera dei diritti dopo il 9 aprile. Che vinca la destra, il centro o il centro-sinistra, che vinca l'astensionismo, ci sarà un unico sconfitto: l'uguaglianza dei cittadini italiani di fronte allo Stato. Non vale la pena di scartabellare tra i programmi dei due schieramenti alla ricerca di differenze che, in materia di diritti e in particolare di diritti delle persone GLBT, non ci sono; tutto quello che si trova è un solo, profondo inchino all'ipocrisia di valori che non esistono se non nelle gonfie parole dei politici che tentano di accaparrarsi più voti possibili.
Solo una domanda su questo argomento: è giusto che i diritti, e in particolar modo i diritti umani e civili, debbano essere messi ai voti o elargiti a maggioranza? il popolo GLBT sa bene che democrazia non è sinonimo di giustizia, né di libertà'.
Cosa hanno fatto le associazioni GLBT per ritrovarsi in questa posizione così scomoda? Non c'è dubbio che un errore c'è stato, e anche bello grosso, se la coalizione con cui abbiamo dialogato fin dalla sua nascita ci ha trattato a pesci in faccia negando nel suo programma i famosi "quattro punti minimi" su cui non avremmo mai potuto ulteriormente trattare.
C'è stato un errore di strategia politica, questo è chiaro. Forse, al posto di mettere sul tavolo delle trattative il minimo accettabile, sarebbe stato meglio farsi venire un po' di coraggio e chiedere di più, che so, per esempio, il giusto. Machiavelli diceva che se si voleva conficcare la freccia nel bersaglio lontano, bisognava alzare il tiro «per potere con l'aiuto di sì alta mira pervenire al disegno» (Il Principe, cap. VI): chiunque prenda la mira puntando direttamente al bersaglio, inevitabilmente vedrà la sua freccia conficcarsi nel fango. Ed è esattamente questo che è successo al movimento GLBT.
Tutte le associazioni si erano messe d'accordo su quattro punti minimi, ma poi, a livello nazionale e mediatico, ci si è battuti soltanto per uno di questi, le coppie di fatto. Questo è stato un altro errore grave, forse anche più grave della mancanza di coraggio che ci ha spinto a limitare le nostre richieste all'accettabilità bigotta, e di questo possiamo incolpare l'Arcigay che, organizzando l'ennesima manifestazione nazionale per i PACS, ha simbolicamente stracciato il documento che ci metteva tutti d'accordo.
A questo punto è palese ciò che da tempo serpeggia in tutto il movimento: l'Arcigay non è più ciò che negli anni passati è stato o ha orgogliosamente rappresentato, ha fallito, non può più rappresentare il punto di incontro di tutte le varie realtà locali singole e associate. L'Arcigay non può più essere l'unico interlocutore delle istituzioni e della politica.
Il comunicato stampa che l'Arcigay ha reso pubblico il 27 marzo, alla fine del consiglio nazionale a Bologna, è una pagliacciata. Si elencano numeri a tre zeri (157.000 soci), quando tutti sanno che quei numeri sono per la maggior parte persone che frequentano discoteche, saune e altri luoghi d'incontro, che poco si interessano della lotta politica e che, soprattutto, se ne infischiano di quello che l'Arcigay fa e dice, pur essendone ufficialmente membri (molti non sanno neppure cosa sia... Si fa il conto dei rappresentanti (62), dei comitati provinciali (35), forse per dare l'impressione che nell'Arcigay ci sia un piccolo parlamentino, oppure che sia un&'organizzazione del tutto democratica, in realtà si vede chiaramente che ormai è solo espressione di un ceto politico omosessuale, del tutto lontano dalle realtà locali che spende la parte più grande delle proprie forze nel trovare il modo di fare ancora più soldi, e non nella lotta per i diritti civili.
L'Arcigay propone, in quel comunicato stampa, di ripartire da zero, cioè dalla richiesta di uguaglianza di fronte allo Stato per tutti gli italiani, ma per fare questo non indica nessuna strategia né personalità nuove: ci sono i soliti politici (ne basti uno per tutti: Grillini), il solito vertice al comando, le solite facce da cui ormai abbiamo imparato a non aspettarci nulla. Se squadra che vince non si cambia, cosa succede a quella che perde?
È ora di ricomporre il movimento GLBT partendo dalla strada, rimettendoci in piazza a parlare con la gente e tastando le vere necessità. È ora di riorganizzarci in una struttura che esprima le diverse realtà locali, la collegialità di coloro che sul campo ci stanno e le necessità le vivono, le ascoltano, le sostengono. Una struttura davvero democratica, giusta, egalitaria, che non si sostituisca alle tante realtà territoriali, ma coordini le proposte, le azioni di lotta e la rappresentanza politica.
Che l'Arcigay faccia i suoi proclami che puzzano di politichese; noi tutti dobbiamo lavorare perché, se non una primavera dei diritti, dopo il 9 aprile sbocci una nuova primavera dei movimenti. Incontriamoci.