Dicembre 2006

La normalità e la diversità

La normalità e la diversità esistono? Che concetti esprimono queste due parole? Non sono capace di trovare una definizione che mi faccia venire in mente l'immagine della normalità e delle diversità. È normale quello che dice e pensa la massa? Troppo riduttivo, soluzione semplicistica. E poi, far parte della maggioranza non è un vanto, non è un valore aggiunto.
Eppure, tante volte mi sono sentito diverso, tante volte non corrispondevo alla nozione di normalità e mi sentivo più vicino al suo opposto, all'anormalità.
Mi sono sentito diverso quando a sei anni preferivo disegnare piuttosto che tirare quattro calci a un pallone, quando a dieci anni me ne stavo in disparte, quando a quattordici anni mi fissavo a osservare il mio compagno di banco, quando a sedici anni avrei voluto accarezzare un viso coperto da un leggero strato di barba.
Mi sono sentito diverso quando ho scoperto di essere omosessuale, cioè da sempre. Ho avuto paura. Ma sono stato fortunato! E sapete perché? La mia mente, per qualche meccanismo di difesa che andrebbe analizzato dettagliatamente, ha preservato al mio orientamento un posticino nel suo luogo più remoto.
Il mio essere omosessuale è rimasto in letargo per anni, ho sempre saputo di esserlo... semplicemente non ci pensavo.br> Per anni sono stato il bravo ragazzo: serio, responsabile, preseverante nello studio, che otteneva sempre ottimi risultati. A scuola si fidavano tutti di me, credevano tutti in me. E sono cresciuto con il terrore di deludere le aspettative altrui, con la responsabilità di dover dire sempre le cose giuste al momento giusto.
Con gli anni, ho assunto una identità che non sempre corrispondeva a ciò che sentivo. Quante volte mi sono sentito intrappolato in un ruolo in cui non mi identificavo sacrificando le mie vere passioni e le mie inclinazioni, mortificando aspirazioni e progetti.
A un certo punto, come una bomba a orologeria, la mia identità si è frantumata. Chi sono davvero? Che cosa voglio? Sono contento della vita che conduco? È arrivato il giorno in cui ho deciso di conoscermi, di guardarmi allo specchio e non vergognarmi più. È da quel giorno è diventato tutto più complicato perché ho deciso di mettermi in discussione e di fare i conti con le emozioni e le sensazioni che ho soffocato per anni. Non è semplice guardarsi dentro e ricominciare.
Ho deciso di non tirarmi più addosso il fango del disprezzo, non voglio più passare intere notti a piangere, non voglio più sentirmi diverso e inadeguato, non voglio più avere paura di me stesso e delle conseguenze che può comportare vivere la mia omosessualità.
Voglio cominciare a vivere, sono stanco di sopravvivere.
Voglio conoscere la realtà alla quale ho sempre sentito di far parte, ma di cui non conosco nulla. Ho intrapreso un percorso di conoscenza e autoconoscenza, a volta entusiasmante, altre straziante... voglio portarlo a termine. Prima o poi arriverò a destinazione e spero di ritrovare il gusto di sorridere e vedere la vita con occhi diversi. Arriverà il mio momento, il tempo del riscatto in cui Antonio sarà Antonio, in cui io sarò io.

Una serie di emozioni contrastanti. Euforia, curiosità, ma anche paura, tanta. È ciò che ho sentito la prima volta che ho contattato un'associazione gay. Che fatica comporre quel numero! Dopo innumerevoli tentativi falliti, finalmente ho trovato il coraggio di parlare. Ho sentito il bisogno di volermi raccontare, conoscere persone con cui confrontarmi, confidare le mie paure e le mie insicurezze, non essere giudicato. E ho imparato alcuni aspetti di me stesso... ho scoperto di avere ancora tanti pregiudizi, di aver assorbito le ideologie dei benpensanti, ipocriti e falsi moralisti. Sono omosessuale. Qual è l'immagine dell'omosessuale che ho in mente? Un fenomeno da baraccone, effeminato, disadattato, pervertito. Il classico stereotipo deriso, discriminato e vittima di ingiustizie. È la rappresentazione della realtà omosessuale che ho appreso dal mondo esterno, filtrata, manipolata e non sempre corrispondente al vero.
È superfluo dire che crescendo con questa idea, non posso non avere di me stesso una cattiva considerazione, non posso non provare odio. Ma ora basta. Sarà una lotta lunga e faticosa... ho deciso di combattere e di vincere.
Voglio raccontare la prima volta che ho trascorso una serata con ragazzi gay. Era un momento che aspettavo da tanto tempo, che avevo immaginato molte volte e caricato di aspettative. Mi sentivo come a un debutto, emozionato, spaventato e con il desiderio di gridare: "Ci sono anche io". Mi ripetevo continuamente che con i miei "simili" mi sarei trovato a mio agio e che non avrei avvertito disagio e sensazione di diversità che mi hanno sempre accompagnato.
Non è stato così...
Durante la serata, attimi di tranquillità si sono alternati a momenti di lunga irrequietezza, di malessere che non riuscivo ad attribuire a una causa specifica. Mi guardavo continuamente intorno per paura di essere riconosciuto.
Mi irritavano le risate, la loro spensieratezza, la naturalezza con cui ciascuno di loro vive la propria omosessualità senza la paura di dover mascherare un gesto o una frase che potrebbero insinuare il sospetto agli occhi esterni. Ho avuto una reazione inattesa, incontrollabile che si è conclusa con un lungo pianto.
Voglio chiedere scusa a tutti quei ragazzi che quella sera erano con me. Ho commesso un errore. Tra le pagine de Il piccolo principe di Saint-Exupery si legge: «L'essenziale è invisibile agli occhi». Io ho visto solo con gli occhi, mi sono fermato a un livello superficiale senza scendere in profondità, non ho visto con il cuore. Ho avuto paura di dirmi che nel sorriso, nei gesti, nelle frasi e nei loro sguardi c'è un pezzo di me. La mia sofferenza è stata la loro sofferenza. Nei loro occhi ho visto il mio dolore.
A tutti loro dico grazie. Grazie per avermi fatto crescere un pò di più. Grazie per avermi supportato... e sopportato.

Antonio