Aprile 2007

Suicidio

...A diciassette anni ero ad una svolta. Avevo capito da tempo, ormai, di essere omosessuale: o così, almeno, mi sentivo, in mancanza di altre possibilità di definirmi in maniera più precisa. Solo, non mi trovavo nei libri che avevo letto, ed erano tanti, dio solo sa quanti fossero i libri di psicologia, medicina, filosofia, religione, morale, storia, antropologia... che avevo mandato giù come fossero acqua fresca a ferragosto.
Su questi libri c'era scritto che l'omosessuale non poteva essere considerato un criminale (bontà loro!), ma solo un malato da curare anche se, spesso, ce n'erano alcuni che "credevano" di vivere serenamente la loro condizione, che non volevano assolutamente "guarire", che rifiutavano con forza l'"aiuto" del medico... Questi erano i "casi" più difficili, che, comunque, andavano "curati" anche contro la loro volontà.
E questi libri mi sembravano perfino «coraggiosi»! E di fronte alla merda generale, forse l'erano pure...
Seguivano, poi, le casistiche degli omosessuali, in nessuna delle quali riuscivo a vedermi: che avevo, io, da spartire con quei personaggi che di notte si aggiravano per le strade della città alla ricerca disperata di marinai dai quali essere frustati? O a caccia di bambini di 6 anni ai quali succhiare il pene incirconciso? O con quelle checche tremebonde che si travestivano da femmes fatales e rimorchiavano i maschi che non si accorgevano (non si accorgevano?) di avere a che fare con degli uomini in gonnella...? Un libro portava come esempio di «omosessuali famosi», la storia del «Macellaio di Hannover», uno che rimorchiava i ragazzi, li ammazzava, li tagliava a pezzi e se li rivendeva come salsicce e carne macinata... Un altro spiegava che «Jack lo squartatore» era "evidentemente" un omosessuale che odiava le donne e per questo le sgozzava come vitelle... Un altro ancora raccontava di cliniche svizzere dove agli invertiti si ficcavano tanti chiodini in testa e... zac!, un piccolo elettroshock li faceva miracolosamente diventare grandi amatori di pucchiacchie.
Non avevo alcun modello positivo in cui identificarmi. Gli omosessuali che venivano fuori dalla lettura di libri e giornali erano tutti mostri sanguinari e/o viziose checche tremebonde. Con tutta la buona volontà di questo mondo, io non riuscivo a sentirmi come loro e non capivo quando e come la mia solforosa trasformazione avrebbe avuto inizio: da bravo ragazzetto a squartatore di professione (magari in gonnella mozzafiato), secondo ogni aspettativa «scientifica».
Vivevo nel trip del suicidio. La notte mi ci volevano due o tre ore prima di addormentarmi e tutto mi spaventava. Mi avvolgevo nelle coperte, mi coprivo la testa e gli occhi, lasciando fuori solo bocca e naso per respirare. E stavo in una stanza con i miei due fratelli! Ero terrorizzato dal buio, dagli sconosciuti, dagli imprevisti. Non volevo vivere in un mondo del genere, in una simile società, dentro uno Stato siffatto. Così, un bel giorno, anzi, un pomeriggio, cominciai a bere un liquore dolce che stava nella vetrinetta dell'armadio in camera da pranzo, da chissà quanti anni. Bevevo, piangevo e mi compativo, cercando di stordirmi e di trovare il coraggio, infine, di buttarmi dal balcone.
Il pomeriggio, intanto, volgeva a sera. Mia madre e mia sorella tornarono da chissaddove e mi videro in quello stato. Dapprincipio non capirono cos'era successo. La bottiglia aperta sul lungo tavolo di vetro verde (in una famiglia dove nessuno aveva propensioni verso l'alcol) fece sospettare qualcosa. Mamma chiese spiegazioni. Io risposi con un «vaffanculo!».
Mia sorella intervenne: «E' ubriaco!»
«S'è scolato tutta la bottiglia», disse mamma. «Ma che t'è successo? Oddio! Vedrai quando torna tuo padre».
Io barcollavo per le stanze, ondeggiando pericolosamente da una parete all'altra. Andai verso il balcone appoggiandomi alla ringhiera. «Mi butto», minacciai. «Mi sono rotto i coglioni di questo mondo di merda. Mi butto».
Ma non mi buttai. Piuttosto, rientrai dentro casa, andando verso la camera dei miei genitori. Mamma s'era seduta sul letto. Affranta. Spaventata da questa mia sbronza tragica. Non s'era mai trovata in una situazione del genere, e non sapeva come affrontarla. «Ma che t'è successo?», provò a chiedere ancora una volta.
«Sono frocio!» La confessione m'era uscita veloce, secca, urlata. E l'accompagnai con un cazzotto contro lo specchio dell'armadio che, ancora oggi, non capisco com'è che non sia andato in mille pezzi.
Nessuno disse niente. Mia sorella aprì la poltrona e si rassegnò a prepararmi il letto. Io non vomitai nulla. Mi sdraiai e passai una notte insonne, disgustato dall'alcol, con il mal di testa che cominciava a farsi sentire. Intanto rientravano i fratelli dalle loro scorribande notturne, prima uno, poi l'altro. Neanche loro dissero nulla. Erano avvisati da mia madre, man mano che entravano, che qualcosa di grave era successo, quel giorno, nella nostra casa.
Rimasi a letto due giorni pensando a me stesso. Pensai a ciò che ero, a ciò che volevo essere, a tutto quello che mi succedeva attorno. Ricordo che mi dissi più e più volte: «Sono frocio. Punto e basta. O mi sta bene così, e ci vivo in pace per tutta la vita, o mi decido e m'ammazzo sul serio. Non posso più traccheggiare. Devo prendere una decisione, infine. O m'ammazzo o m'accetto. Ma perchè mi devo ammazzare? Io non ho nessuna voglia di suicidarmi. Qui, oggi, io devo fare una prova, un tentativo di vivere in pace con la mia omosessualità. Di provarla.
Devo vedere cosa succede se non mi pongo più il "problema" di essere omosessuale ma, più semplicemente, accetto di vivere "da" omosessuale. Ma come si vive da omosessuali? Non è possibile che i libri dicano la verità. C'è qualcosa che mi sfugge. Loro scrivono che "ci sono quelli che credono di vivere bene con la loro anomalia e non vogliono assolutamente essere curati"... E se ci vivessero veramente bene? Se non si trattasse di un'illusione, come gli autori vogliono far intendere? E se io non fossi neanche omosessuale come credo, alla fin fine, ma qualcosa di ancora più diverso?»
Tra le righe di quello che andavo leggendo sui libri si capiva che in altri tempi la gente era convissuta in armonia con l'omosessualità e, qualche autore aggiungeva addirittura che «ancora oggi in altri paesi c'è chi è veramente felice d'essere anormale...».
In quei due, tre giorni, presi la più importante decisione della mia vita: mi «accettai» come omosessuale. Non solo, giurai a me stesso che avrei dedicato la mia vita all'emancipazione degli altri omosessuali, che avrei fatto tutto, più che il possibile fino all'impossibile, per liberare la mia comunità dalle catene che la legavano e la facevano soffrire. Giurai che non avrei accettato imposizioni di nessun tipo da uno Stato, da una Chiesa, da una Società che avevano cercato di sopprimermi, di distruggermi, di farmi scomparire dalla faccia della terra.
Tutto questo aveva, ed ha ancora oggi per quel che posso capire, un fondamento nell'amore: amore grande, sconfinato, irrefrenabile prima di tutto per i miei fratelli che, come me, sono stati costretti a subire le ingiurie dell'idiozia umana fatta carne; e poi amore per tutti gli uomini e le donne, amore per coloro che sono oggi, e qui, viventi, ma anche per posso capire, un fondamento nell'amore: amore grande, sconfinato, irrefrenabile prima di tutto per i miei fratelli che, come me, sono stati costretti a subire le ingiurie dell'idiozia umana fatta carne; e poi amore per tutti gli uomini e le donne, amore per coloro che sono oggi, e qui, viventi, ma anche per quelli che hanno già dato il loro contributo all'evoluzione dell'umanità ed a quelli che lo daranno domani o dopodomani...
E questo amore è un imperativo morale per tutti: noi non abbiamo solo dei diritti nei confronti di noi stessi, ma anche degli obblighi di fronte agli altri. Di più verso quelli che ci sono vicini, di meno per quelli che sentiamo lontani da noi, certo, ma con tutti abbiamo un legame che non ci è concesso recidere o ignorare.

Massimo Consoli
da "Affetti Speciali" (Massari ed., 1998)