Riflessioni madrilene
Seduto sugli scalini della Catedral de La Almudena, di fronte al Palacio Real, vedo una coppia di uomini, avranno avuto una trentina d'anni, mano
nella mano. Camminano nella piazza assolata, e poi vengono a trovare ristoro all'ombra della chiesa, come ho fatto io. Non sono italiani, e
dall'accento sembrano americani. Poi, poco dopo, altri due ragazzi. Camminano fianco a fianco, ma non si toccano. Guardano la piazza, poi subito al
riparo dal sole sugli scalini. Li sento parlare - sono italiani. Si scambiano un bacio fuggevole. Poi si alzano e ripartono. Così fanno anche gli
americani, qualche secondo dopo.
A Madrid siamo venuti tutti per lo stesso motivo: l'EuroPride2007 - che qui chiamano Orgullo2007, traducendo nella loro lingua il termine inglese pride, orgoglio. Mi sono sempre chiesto perché non facciamo lo stesso anche noi in Italia. Su uno dei manifesti che pubblicizzavano l'evento, una mano omofoba aveva scritto "enfermos", malati.
E poi La Chueca, il quartiere gay di Madrid, addobbato a festa manco fosse un albero di Natale, con tanta di quella gente da rendere quasi impossibile il passaggio. Qualche giornale poco oggettivo dirà che erano 200.000 persone, ma erano quasi due milioni e mezzo, a colpo d'occhio. In questa città ho cambiato idea, e ho capito una cosa che non sarei riuscito a capire se non avessi visto quelle due coppie innamorate.
Faccio attivismo GLBT da tanti anni ormai, anche se come tutti ho anche io i miei alti e bassi e momenti in cui mi sento così preso in giro, così impotente che mi ritiro dall'attività e curo solo i fatti miei. Parlando coi miei compagni di lotta, capita spesso che ci ricordiamo, per tenerli ben presenti in mente mentre lavoriamo, i due punti cardinali di qualsiasi attivista GBLT: 1) il nostro obiettivo è far sì che la nostra attività diventi inutile (in altre parole, mi si passi l'ironia, il nostro obiettivo è chiudere); e 2) bisogna sempre ricordarsi che una legge è solo una manciata di parole in un codice (e quindi avere una legge non vuol dire niente, se poi non si ha il coraggio di usarla).
Ero quindi convinto che, una volta avuta una legge pro-omosessuali anche in Italia, sarebbe stata dura, durissima farla accettare agli omosessuali stessi, spingerli a usufruirne, ed ero convinto, decisamente convinto, che una legge non avrebbe cambiato lo stato profondo delle cose – gli omosessuali avrebbero continuato ad avere paura e a vergognarsi di sé.
Invece a Madrid ho capito che mi sbagliavo.
In ogni parte di Madrid, anche se non baciavo il mio compagno e non lo prendevo per la mano, mi sentivo protetto. Mi sentivo protetto non solo nella Chueca, ma anche in altre zone non gay, mi sentivo protetto anche contro quella mano omofoba, perché sapevo che dietro di me, a guardarmi le spalle e allo stesso tempo a sorreggermi nel mio cammino quotidiano, c'era tutto uno stato - non solo una legge, ma anche un parlamento, un governo, un re, un esercito, un popolo intero.
È difficile spiegare una sensazione, specialmente a chi non l'ha provata; potrei continuare a scrivere che mi sentivo protetto, ma non descriverei esattamente quel senso di ottimismo, di benevolenza, di calma quotidianità che ho provato in Spagna, e che, in qualche modo, mi ha trasformato. Lì ho capito che una manciata di parole in un codice non sono solo una manciata di parole in un codice. Sono un simbolo a cui noi diamo forza, e che allo stesso tempo dà forza a noi. Credo di aver riacquistato, in Spagna, un pò della speranza che l'Italia mi ha fatto perdere.
Quelle due coppie innamorate mi hanno fatto vedere la differenza tra chi è protetto nel suo stato, e chi non lo è: gli americani che si tengono mano nella mano, sicuri di sé, e noi italiani che, pur potendo perché siamo centinaia di chilometri lontani da casa, in un paese dove nessuno ci conosce, non lo facciamo, perché non siamo mai stati protetti, non abbiamo mai avuto la nostra nazione a sorreggerci. Noi, dietro, abbiamo sempre avuto un enorme cazzo di pietra a forma di croce e tanti sguardi insinceri.
A Madrid siamo venuti tutti per lo stesso motivo: l'EuroPride2007 - che qui chiamano Orgullo2007, traducendo nella loro lingua il termine inglese pride, orgoglio. Mi sono sempre chiesto perché non facciamo lo stesso anche noi in Italia. Su uno dei manifesti che pubblicizzavano l'evento, una mano omofoba aveva scritto "enfermos", malati.
E poi La Chueca, il quartiere gay di Madrid, addobbato a festa manco fosse un albero di Natale, con tanta di quella gente da rendere quasi impossibile il passaggio. Qualche giornale poco oggettivo dirà che erano 200.000 persone, ma erano quasi due milioni e mezzo, a colpo d'occhio. In questa città ho cambiato idea, e ho capito una cosa che non sarei riuscito a capire se non avessi visto quelle due coppie innamorate.
Faccio attivismo GLBT da tanti anni ormai, anche se come tutti ho anche io i miei alti e bassi e momenti in cui mi sento così preso in giro, così impotente che mi ritiro dall'attività e curo solo i fatti miei. Parlando coi miei compagni di lotta, capita spesso che ci ricordiamo, per tenerli ben presenti in mente mentre lavoriamo, i due punti cardinali di qualsiasi attivista GBLT: 1) il nostro obiettivo è far sì che la nostra attività diventi inutile (in altre parole, mi si passi l'ironia, il nostro obiettivo è chiudere); e 2) bisogna sempre ricordarsi che una legge è solo una manciata di parole in un codice (e quindi avere una legge non vuol dire niente, se poi non si ha il coraggio di usarla).
Ero quindi convinto che, una volta avuta una legge pro-omosessuali anche in Italia, sarebbe stata dura, durissima farla accettare agli omosessuali stessi, spingerli a usufruirne, ed ero convinto, decisamente convinto, che una legge non avrebbe cambiato lo stato profondo delle cose – gli omosessuali avrebbero continuato ad avere paura e a vergognarsi di sé.
Invece a Madrid ho capito che mi sbagliavo.
In ogni parte di Madrid, anche se non baciavo il mio compagno e non lo prendevo per la mano, mi sentivo protetto. Mi sentivo protetto non solo nella Chueca, ma anche in altre zone non gay, mi sentivo protetto anche contro quella mano omofoba, perché sapevo che dietro di me, a guardarmi le spalle e allo stesso tempo a sorreggermi nel mio cammino quotidiano, c'era tutto uno stato - non solo una legge, ma anche un parlamento, un governo, un re, un esercito, un popolo intero.
È difficile spiegare una sensazione, specialmente a chi non l'ha provata; potrei continuare a scrivere che mi sentivo protetto, ma non descriverei esattamente quel senso di ottimismo, di benevolenza, di calma quotidianità che ho provato in Spagna, e che, in qualche modo, mi ha trasformato. Lì ho capito che una manciata di parole in un codice non sono solo una manciata di parole in un codice. Sono un simbolo a cui noi diamo forza, e che allo stesso tempo dà forza a noi. Credo di aver riacquistato, in Spagna, un pò della speranza che l'Italia mi ha fatto perdere.
Quelle due coppie innamorate mi hanno fatto vedere la differenza tra chi è protetto nel suo stato, e chi non lo è: gli americani che si tengono mano nella mano, sicuri di sé, e noi italiani che, pur potendo perché siamo centinaia di chilometri lontani da casa, in un paese dove nessuno ci conosce, non lo facciamo, perché non siamo mai stati protetti, non abbiamo mai avuto la nostra nazione a sorreggerci. Noi, dietro, abbiamo sempre avuto un enorme cazzo di pietra a forma di croce e tanti sguardi insinceri.
Giulio