Agosto 2007

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Vade retro, vade retro
Ormai in Italia siamo abituati a non stupirci e a non scandalizzarci più di niente - e forse è per questo che la nostra politica è vecchia e corrotta, che ci stanno tagliando contratti, pensioni, scuole, sanità, strade, giustizia, diritti senza che il popolo si opponga, o, meglio, scenda in piazza coi forconi.
In questo quadro generale di cose, scivola via come acqua su una pietra liscia la vicenda - paradossale - della mostra su arte e omosessualità patrocinata dal Comune di Milano tramite il suo assessore alla cultura Vittorio Sgarbi.
La mostra, prevista a Milano dal 10 luglio all'11 novembre, è nata sotto una cattiva stella, perché fin dall'inizio è stata segnata da polemiche - le solite - sull'opportunità o meno di fare una mostra del genere. E qui la domanda è lecita: ma perché esponenti di destra (della destra italiana, omofoba, cattolica di facciata e illiberale) si prendono il disturbo di patrocinare una mostra omosessuale? La risposta non è data, ognuno si immagini la sua.
In mezzo alle polemiche, il sindaco Letizia Moratti - o Sgarbi stesso, o qualcun altro della giunta: la dinamica non è chiara - si accorge che nella mostra fanno "bella mostra" di sé opere «forti», e allora l'aut-aut: o si rimuovono quelle opere - tre - oppure la mostra viene vietata ai minorenni.
Chiunque all'aggettivo "forti" si è immaginato scene di sesso esplicito, scene pornografiche o cose di questo tipo, si sbaglia. Le opere davvero "scandalose" sono un innocente busto seminudo di un attempato signore il cui volto ricorda quello di Ratzinger (Miss Kitty di Paolo Schmidlin); poi una rielaborazione fotografica, a cura di Fabrice Coniglio e Andrea Raviola, della famosa foto che ritrae Sircana in macchina mentre parla (chiedeva informazioni stradali...!) con una prostituta transessuale, che nell'opera artistica è stata sostituita con un'immagine di Gesù; e l'ermafrodita di Paul Smith, un uomo con le gambe aperte e un organo sessuale femminile ben in vista. Insomma, più che forti, queste opere erano molto "frocie", piene di quel sarcasmo caustico e iconoclasta a cui gli artisti contemporanei ci hanno da tempo abituato.
Comunque, con buona pace della libertà di espressione, le prime due opere vengono escluse e la mostra, anche se menomata, può riaprire per tutti... e invece no! Alla sindachessa Moratti le ha preso di mano (si sa, con la censura può succedere), e pretende che Sgarbi tolga altre dieci opere, pena il ritiro del patrocinio del comune.
La mostra chiude i battenti per una settimana, in attesa di passare le opere sotto le forche caudine della giunta milanese, mentre il mondo cattolico milanese - di destra e sinistra - insorge e minaccia denuncia per diffamazione o blasfemia.
«Suor Letizia» - così l'ha chiamata Sgarbi - pretende nuove regole di censura che, a detta di Sgarbi, avrebbero coinvolto una sessantina di opere, quasi la metà del totale. E non solo: censurate quelle opere, la mostra sarebbe stata comunque vietata ai minorenni.
Alla fine, soffocata da polemiche politico-ideologiche che nulla hanno a che fare con l'arte, la mostra chiude definitivamente perché la sindachessa Letizia (che deve essere una donna dalla cultura davvero enciclopedica: prima fa la ministra delle telecomunicazioni, poi quella dell'istruzione, poi la sindaca di Milano, e poi anche la critica d'arte) ha sentenziato che «è brutta». Ma avrebbe chiuso lo stesso perché, giustamente, agli organizzatori e agli artisti frullavano non poco le palle.
E così la mostra Vade retro. Arte e omosessualità da von Gloeden a Pierre Gilles, annunciata come la più grande e importante mostra italiana sull'argomento, non si fa più. Almeno a Milano, perché sembra che molti altri comuni, Napoli in testa, abbiano le braccia aperte, pronte ad accogliere questa mostra tanto bistrattata.
Chissà se riusciremo mai a vederla...