Aprile/Maggio 2009

La goccia nel buio

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi - ...
Cesare Pavese


"Se fossi umano, ti scambierei subito per un effeminato". Dissi solo questo, anestetizzato dalla baldanza di chi vede la sua morte certa, vicina e inevitabile.
Noi altri avevamo tutti capito di essere improvvisamente morti quando avevamo visto quel gruppo di vampiri entrare nel bar, mentre dietro di loro una nube nera carica d'ira si trascinava sulla città, portandosi dietro una notte precoce.
Sapevamo che per noi tutto stava per cambiare.
I vampiri si separarono, ognuno si sedette a un tavolo. Forse erano una famiglia, forse solo un branco - chi poteva mai dirlo?
Il mio vampiro distava da me meno di due metri, ed era girato verso di me per tre quarti. Io lo fissavo, attratto da quel volto su cui il tempo non lascia traccia, per sempre giovane, per sempre bello, per sempre in salute. E quegli occhi, spietatamente umani come quelli di un bambino viziato.
Dissi quella frase stupida perché volevo far vedere che non avevo paura, così forse mi sarei salvato. Lui inchiodò le sue pupille nelle mie, e accennò un sorriso. Forse poteva leggermi nella mente, pensai. Forse avrebbe potuto vedere lì, come su uno schermo, i miei pensieri convertiti in immagini, forse avrebbe potuto leggere l'attrazione che provocava in me. Sorrise di nuovo. Imbarazzato, abbassai lo sguardo al suolo, cogliendo il muoversi nervoso dei miei piedi.
Improvvisamente fui annebbiato da uno sciame di pensieri: come ci consideravano? Come noi consideriamo polli e galline, niente di più che cibo, oppure eravamo loro pari, da cui loro prendevano ciò che era necessario per vivere? Non volevo morire, e quel viso mi faceva tremare lo stomaco. Si mosse, veloce e silenzioso come un felino, e si mise dietro di me, poggiando una mano sulla mia spalla. Io mi accasciai sul tavolo, nascondendo la mia faccia tra le braccia. Chiusi gli occhi, una reazione che mi portavo dietro fin da bambino: se c'è qualcosa di brutto o di pauroso, basta chiudere gli occhi per farlo andare via, o se non altro per avere meno paura. Sentii il sue respiro sulla mia nuca, leggero. Poi le sue labbra sottili e secche, e calde. Si strusciavano sul mio collo, dolci. Le sentii aprirsi e poi chiudersi, poi aprirsi di nuovo e prendere un lembo di pelle, stringendolo senza farmi male. Non mi stava ferendo, e non si stava nutrendo.
Io continuavo a tenere gli occhi chiusi mentre nella mente lo pregavo di non farmi male, e di essere veloce.
Quelle labbra di vampiro succhiarono un po' la mia pelle intatta, poi la liberarono dalla loro stretta. Avvertii il suo respiro vagare attorno alla mia testa, per poi tornare sul collo, e spostarsi sulla guancia, tra l'orecchio e il mento. Di nuovo un lembo di pelle preso e succhiato, ma stavolta più a lungo. Una pressione crescente e calda sulla mia guancia, in una stranza stranamente silenziosa. Il sapore del sangue. Il sapore del sangue nella mia bocca chiusa. Pensai che era lì, l'inizio della mia morte. La pressione era il morso che mi aveva trapassato la guancia da parte a parte, e lui ora si stava nutrendo, e io non ero altro che carne da macello. Ma almeno non provavo dolore, tenevo gli occhi chiusi e speravo che sarebbe finita presto, prima di incominciare a far male.
Il silenzio del bar mi incuriosiva, aprii gli occhi. I miei commensali erano tutti morti, sul tavolo immacolato non una goccia di sangue, davanti a me il mio vampiro, con la bocca incollata al collo di quel grassone che mi sedeva di fronte. Mi fissava, e negli occhi non trovai odio, né indifferenza. Mi sorrideva, sincero. Chiusi di nuovo gli occhi: non capivo e tutti quei morti mi spaventavano. Non l'avevo sentito allontanarsi da me, e tutti gli altri vampiri erano scomparsi. Le labbra calde, stavolta umide, mi sfiorarono l'orecchio e mi soffiarono dentro una sola parola: "Vieni."
Così incominciò il nostro amore.
Una volta fui davvero sul punto di morire. Nudi nel letto, attorcigliati l'uno all'altro, lui mi morde, sul collo. Lo lascio fare, non è la prima volta, e poi non fa male. So che si fermerà presto. E invece va avanti, in preda alla passione. Non si ferma, non ci pensa, e io muoio, troppo velocemente perfino per dirgli di smetterla. Mi lascia lì, sospeso sulla morte, e stacca le sue labbra, fissandomi. Capisce, e di colpo non sa che fare, preso dal panico. Il sangue che mi esce dal collo ferito mi schizza sul volto e sul cuscino mentre gli sussurro di chiudere la ferita. Lui ferma l'emorragia con il palmo della mano, e con l'altra tenta di afferrare qualcosa sul comodino, ma io svengo, mentre tremo di freddo.
Mi risveglio steso sotto di lui. Ha usato il suo corpo caldo per riscaldarmi, come una coperta di carne viva. Dai suoi occhi lucidi capisco che ha pianto per tutto il tempo in cui sono stato privo di sensi. Con le poche forze che ho, sollevo una mano e gliela poggio su un fianco, poi quella scivola lentamente sul materasso - una carezza poco riuscita. Lui accenna un sorriso, colpevole e affranto, e piange affondando la sua testa sul mio collo.
Io penso che morirò, forse non oggi, non domani, ma avverrà. Penso che il mio sorriso cadrà pezzo per pezzo, che la mia chioma sarà sempre più rada, che la mia pelle diventerà rugosa, macchiata, e le mie forze svaniranno mentre le mie ossa diventeranno fragili e doloranti. E lui, invece, immortale, sarà per sempre come la prima volta che lo vidi. Vorrei dirgli di trasformare anche me, di farmi partecipe della sua immortalità, ma poi sto zitto. Non voglio che dubiti di me, che possa pensare che in realtà fingo il mio amore solo perché voglio ottenere per me la sua immortalità. Aspetto che me la offra, ma mentre aspetto vedo già i segni del tempo che passa, della giovinezza che fugge.

Giulio Recchioni